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Etron Fou Le Loublan Batelanges Musea - 2002 |
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La leggenda narra che lo sparuto pubblico accorso in quel di Oriago (amena località nell’entroterra veneziano) per assistere, nel lontano settembre 1977, ad una memorabile performance dei grandi Henry Cow (purtroppo privi di Dagmar Krause) dopo un’iniziale diffidenza, fu letteralmente catturato dalla bizzarra band che aprì il concerto. Era un trio francese, assolutamente fuori da ogni schema, proponeva una musica teatrale, provocatoria, acustica, asciutta e piena di fascino, strumentazione sobria che, senza tentennamenti, sapeva cogliere il segno. La band si chiamava Etron Fou Le Loublan e quei musicisti assolutamente indimenticabili si chiamavano Chris Chanet (fiati), Ferdinand Richard (basso, chitarra e voce) e Gigou Chenevier (percussioni e voci). Bisogna, dunque, ringraziare la Musea che, attraverso l’ispiratissimo marchio collaterale Gazul, dopo “43 Songs” (2001) ristampa questo incredibile “Batelanges”, originariamente uscito nel 1976, che vede anche la partecipazione della vocalist Eulalie Ruyat. Cinque tracce che mettono i brividi tanta è la loro visionaria, patafisica ispirazione. Siamo di fronte ad una sorta di RIO acustico assolutamente refrattario a schematizzazioni, che gioca pericolosamente con il Daevid Allen più naive e certi eccessi dadaisti del primo Kevin Ayers, il tutto farcito con dosi massicce di teatralità tipicamente francese che sembrano uscite da rappresentazioni del “Pere Ubu” di Alfred Jarry. Non solo. Certa barbara asciuttezza negli impasti chiatarra/batteria (ad esempio alcuni momenti della suite/collage “L’amulette et le Petit Rabbin”) rimanda ad odori-ardori “quasipunk” conditi con la psichedelia dei primi Soft Machine. Non sarà certo un caso che quel sodalizio con gli Henry Cow saprà produrre un’opera di abbagliante bellezza come “Speachless” di Fred Frith (unitamente a “Gravity” una della sue opere meglio riuscite): scorrendo le note di copertine due nomi a noi famigliari si stagliano decisi: Ferdinand Richard e quel Guigou Chenevier che saprà mandare ancora luminosissimi segnali con il progetto Volapuk. Grandissima musica per palati borderline. Assolutamente da avere. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Vincenzo Giorgio) |
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