K2

Book of the dead

Progrock Records - 2005

 

Probabilmente sarà capitato anche a voi di andare a vedere un film attratti dalla presenza nel cast di tanti grandi attori e di rimanere poi delusi dalla trama e dalla qualità delle riprese. Così questo The Book of the Dead, più volte annunciato ed estremamente atteso tra gli appassionati, malgrado la presenza di artisti del calibro di Allan Holdsworth, del tastierista Ryo Okumoto (Spock's Beard) e della bella e brava violinista jazz Yvette Devereaux (session artist con Kenny G, George Benson, Barbara Streisand, Luciano Pavarotti, Aretha Franklin, Vanessa Williams e Whitney Houston), lascia un po' l'amaro in bocca. Onestamente non so come sia stato materialmente realizzato l'album, ovvero come il bassista e ideatore del progetto Ken Jaquess (leader dagli americani Atlantis) abbia condotto le sessioni di registrazione, ma il risultato finale è abbastanza frammentario, con poco interplay tra i vari ospiti, ai quali vengono affidati spazi solisti molto definiti e il più delle volte supportati da un accompagnamento scarno e poco efficace. Va detto, ad esempio, che per qualche motivo Allan Holdsworth ha contribuito nei vari brani esclusivamente con i suoi (pur splendidi) assoli, mentre tutte le altre restanti parti di chitarra sono state completate da John Miner (Art Rock Circus, Mantra Sunrise), che ovviamente ha uno stile e un feeling completamente diverso. Rarissimi, se non del tutto assenti, anche gli intrecci e i duetti tra i musicisti più in vista, con il risultato di avere spesso una sfilza di interventi solisti (vedi l'iniziale chilometrica Infinite Voyage) che si susseguono senza legarsi molto l'uno con l'altro. Non a caso si è parlato dei K2 come un supergruppo, e questo è vero nei termini in cui l'intero progetto risulta più un pretesto che un qualcosa di musicalmente coerente e compiuto. In fase di scrittura i punti di riferimento principali di Jaquess sono stati ovviamente UK, Caravan, Genesis (principalmente per la vocalità del cantante Shaun Guerin, tremendamente simile a quella di Gabriel) e il prog degli anni settanta in generale, come testimonia anche la decisione di elaborare un vero e proprio concept basato sul Libro dei Morti di egiziana memoria. Il risultato è senz'altro dignitoso e a tratti interessante, ma, come ha già avuto modo di scrivere qualcuno, viene da chiedersi se senza la presenza di certe firme un lavoro come questo avrebbe avuto la stessa risonanza e avrebbe ottenuto la stessa attenzione critica.

Recensione pubblicata su Wonderous Stories

(Paolo Carnelli)