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Porcupine Tree Deadwing Lava/Atlantic - 2005 |
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I Porcupine Tree sono a mio avviso la band più amata e odiata della scena progressive degli ultimi 15 anni. Deadwing è l’ultimo passo di Steven Wilson e soci verso quella fetta (si fa per dire) di mercato che ancora non aveva avuto il piacere di conoscerli. Riprendendo il discorso più o meno felicemente interrotto su In Absentia, SW stavolta si avvale di due preziose collaborazioni (in realtà sono tre se consideriamo il contributo di Elliot Scheiner alla produzione): Adrian Belew (King Crimson) alla chitarra e Mikael Akerfeldt (Opeth) voce aggiunta. L’influenza del metal (genere sempre più presente nella carriera di Wilson) anziché rinnovare il tutto sembra appiattire. I singoli brani danno l’idea di un lavoro un po’ troppo debole e ruffiano. Deadwing, il primo pezzo, è interessante ma Shallow e Lazarus sono episodi deludenti. Su Halo troviamo un buon giro di basso, però la traccia è poco emozionante, il ritornello è troppo scontato. Arriving somewhere but not here, il pezzo portante del disco, è ben strutturato e ben suonato. Da qui in poi l’album ha qualche soluzione emotiva leggermente migliore. Da Mellotron Scratch in poi le atmosfere si fanno maggiormente dilatate e l’originalità di Steven Wilson ritrova timidi sbocchi anche se non incide mai in maniera decisa. Il giro di chitarra di Mellotron scratch è troppo banale a dispetto di una traccia in evoluzione; i cori finali di Glass arm shattering lasciano un po’ perplessi mentre Start of something beautiful è forse il pezzo più nobile per la sua vivacità compositiva. Assolutamente convincente invece risulta Half Light, struggente pezzo improntato sull’evoluzione della chitarra di Wilson e sulle sapienti influenze ambientali di Barbieri. Il miglior lavoro di tutta la sessione Deadwing. Peccato che questa traccia non sia presente sull’album ma sul singolo di Lazarus. Pazienza. L’impressione che si ha è quella che SW si sia ficcato in un vicolo cieco. Anche le singole prestazioni sembrano sbiadite: le presenze di Barbieri e Edwin rimangono impalpabili, mentre il drumming di Gavin Harrison risulta troppo piatto al mio orecchio. In definitiva, Deadwing mostra più ombre che luci considerando anche il fatto che i Porcupine Tree erano attesi al varco dai propri (impagabili) sostenitori, perseguitati da un passato alquanto scomodo e afflitti da un presente non propriamente esaltante. Con questa ultima “fatica” i Porcospini rischiano anche di giocarsi il glorioso futuro. L’unica cosa che - in parte - ci consola è che solo una montagna come Steven Wilson poteva partorire un topolino come Deadwing. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Daniele Palombi) |
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