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French TV Pardon our french! autoproduzione - 2005 |
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I French TV sono una delle formazioni più interessanti e coraggiose della odierna scena prog americana. La band, guidata da Mike Sary e attiva oramai da circa un ventennio (il primo album risale al 1984), è giunta al suo ottavo lavoro con una line-up ancora una volta rinnovata (il batterista Chris Vincent è stato rimpiazzato da Jeff Gard) e rafforzata dal solito folto ensemble di fiati, archi, percussioni cui si aggiungono le voci recitanti di Natalie e Denise Gilbert. Sebbene i French TV vengano solitamente associati al movimento Rock-in-opposition, mai come stavolta l'etichetta RIO appare riduttiva, laddove permette di cogliere solo taluni aspetti della loro sintassi musicale. Ciò che li caratterizza, infatti, è proprio una straordinaria versatilità artistica, intesa come attitudine ad esprimersi in un idioma multiforme, una sorta di esperanto stilistico che trae ispirazione - nell'approccio, se non proprio nel metodo - dall'estetica Zappiana. Come Zappa anche Mike Sary è un fautore del "politicamente scorretto": le sue creazioni, nell'apparenza seriose, sono in realtà quasi sempre venate di sagace ironia, che qui traspare già dal titolo dell'album alludente all'assurdo fenomeno dei boicottaggi linguistici che hanno segnato le relazioni tra Francia e Stati uniti. In questo caso la scelta del titolo, occasionata dai recenti avvenimenti internazionali, fornisce a Sary il pretesto per omaggiare la scena progressive transalpina con un lungo medley di circa 16 minuti di durata (la title track), nel quale il gruppo si diverte a saccheggiare e rivisitare il repertorio delle maggiori band del prog francese (nell'ordine, Ange, Pulsar, Shylock, Carpe Diem, Atoll, fino agli Etron Fou Leloublan, questi ultimi esponenti del RIO e quindi più vicini ai FTV per sensibilità e gusto dissacratorio), assemblandone i molteplici materiali sonori: il risultato stupisce per coerenza ed equilibrio, oltre che per brillantezza espositiva. Sekala Dan Niskala, con i suoi sei minuti di durata, è il pezzo più breve ed anche più equilibrato dell'album: in esso il folk-rock intellettuale dei Samla Mammas Manna, intriso di profumi orientali e suggestioni balcaniche, si sposa con gli incroci fiatistici dei Miriodor, per poi dissolversi in una babele di percussioni culminante in un crescendo chitarristico di notevole effetto. Tears of a velvet clown è, all'opposto, un'autentica girandola di invenzioni che spaziano dal bandismo giullaresco di Zappa a sussulti RIO degni dei Muffins più ispirati. In generale si conferma la tradizionale attitudine del gruppo a coniugare generi molto diversi fra loro: dal jazz-rock di stampo canterburyano alla world music, dagli istrionismi folk alla musica concreta, dall'elettronica al be-bop, il tutto senza mai degradare nel citazionismo fine a se stesso: ogni singola traccia si caratterizza per la ricchezza delle intuizioni e degli spunti messi in mostra, atteggiandosi a potenziale terreno di coltura per decine di altri brani, ed è davvero un peccato che i temi non siano sempre sviluppati in modo adeguato, che le idee rimangano sovente allo stato embrionale, lasciandoci con il retrogusto amaro delle promesse non mantenute. E' questo, in fondo, il maggior pregio e, nel contempo, il principale limite della musica dei FTV: il confine che separa un ingegnoso patchwork di suoni e ritmi da un'accozzaglia di idee è il più delle volte labile e loro tendono a rasentarlo pericolosamente (emblematica When the ruff tuff creampufss take over, dove, specialmente nella seconda parte, il susseguirsi caotico delle invenzioni non appare sempre sorretto da adeguata ispirazione). Ma i FTV sono così: prendere o lasciare. C'è chi li adora senza mezzi termini e chi li accusa - non sempre ingiustificatamente - di non avere il senso della misura, anche se va riconosciuto che negli ultimi album Sary e soci hanno saputo smussare certe spigolosità iniziali a favore di una maggior fluidità di linguaggio; segno questo di una maturità artistica oramai acquisita. Una cosa è certa: fino a quando esisteranno realtà come questa, il termine progressive rock continuerà ad avere un senso ed una ragione per essere usato. (Achille Benigni)
1. Everything
Works in Mexico 11:55 Tracks 1
& 5: by Sary / Dale / Smith / Gard, LINE-UP: Mike Sary
- bass With: Steven Dale
- brass (1 & 4) |
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