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Echolyn The end is beautiful autoproduzione - 2005 |
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Chi segue e ascolta gli Echolyn da anni, ormai avrà capito che è meglio mettersi il cuore in pace: Suffocating the Bloom e As the World – quest’ultimo tra l’altro ristampato con bonus DVD proprio in questi giorni - sono destinati a rimanere capolavori inarrivabili; ma del resto gli stessi ragazzoni americani sono i primi ad ammetterlo. Non si tratta di mancanza di ispirazione, ma semplicemente di un cambio di prospettiva che dalla reunion del 2000 ha portato la band ad abbandonare progressivamente le ambizioni sinfoniche e barocche degli esordi in nome di un approccio più diretto ed essenziale, “spigoloso”, come amano dire Brett Kull e Chris Buzby. E proprio su quest’asse interna al gruppo – il rock sporco e “roots” del barbuto chitarrista da una parte, la vocazione classico sinfonica del professore di musica dall’altra – si gioca ogni volta il destino di un nuovo album degli Echolyn. La sensazione tangibile, a partire dal sottovalutato Cowboy Poems Free, è che la fazione rock della band, ovvero quella rappresentata da Kull, Weston e Ramsey, abbia un po’ fagocitato quella sinfonica, rappresentata dal solo Buzby, autolimitatosi progressivamente anche dal punto di vista timbrico a una tavolozza sonora più ristretta. Con The End is Beautiful questa tendenza viene confermata, ma l’album si stacca dai precedenti per la cura e la maturità con cui ognuno dei brani viene confezionato, e per le riuscite digressioni armoniche e strutturali che li caratterizzano. Musicalmente più che l’annunciato utilizzo dei fiati, inseriti con parsimonia e oculatezza nel tessuto strumentale di tre delle otto tracce presenti sul cd, colpisce la presenza di una inedita componente elettronica e noisy, con diverse pennellate a base di campionamenti ritmici, spezzoni radiofonici e loop veramente azzeccate. Molto importante appare anche il ritorno al basso di Tom Hyatt, capace di restituire ai pezzi quel groove e quella varietà ritmica che ha caratterizzato gli Echolyn dei tempi migliori, tanto da permettere al gruppo di sconfinare con disinvoltura in territori funky, jazz e soul. E il prog? È tutto nel break in stile Relayer che spezza l’iniziale Georgia Pine, nell’esplosiva miscela Yes + Gentle Giant + King Crimson che alimenta la trascinante Make Me Sway, nelle malinconiche parentesi a cavallo tra Roger Waters e i Marillion di Hogarth che si aprono con ritrovata naturalezza tra le pieghe dei brani. Ma soprattutto è in un approccio coraggioso e moderno alla forma canzone, che recupera in un colpo solo concretezza, originalità e melodia. Merita una menzione particolare anche la parte testuale, che ci conduce per mano attraverso le nevrosi e le paure dell’ “uomo schizoide del ventesimo secolo”, ideale discesa in un inferno personale in cui la fine è inevitabilmente vista, in un modo o nell’altro, come una liberazione. Perché “il mondo è solo un portacenere, che raccoglie tutto ciò che è esaurito. E non è confortante sapere che ormai è pieno fino all’orlo”. In un mondo fatto di alienazione e depressione, un mondo tipicamente americano (provate a contare tutte le volte che la parola gun si ripete all’interno dei brani) neanche l’amore fornisce motivo di conforto: ogni rapporto è solo il pretesto per un “mal d’amore mattutino”, per uno sfogo di istinti bassi e primordiali. The End is Beautiful, ma per gli Echolyn questo è davvero un nuovo inizio. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Paolo Carnelli) |
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