Aisles

The yearning

Musea - 2005

 

Negli ultimi anni il Sudamerica ha sfornato un discreto numero di band progressive più o meno talentuose, suggerendo l'idea che anche questo fenomeno sia il prodotto della globalizzazione imperante in altri campi. In verità, chiunque abbia un po' di memoria rammenterà che una scena progressive da quelle parti è sempre esistita, come è dimostrato dall'abbondanza di ristampe messe di recente in circolazione da talune etichette specializzate (molte delle quali reperibili anche attraverso questo sito), e che la principale differenza tra quella e questa scena risiede nella distribuzione e nella diffusione dei materiali, oggi assicurata in modo decisamente più esteso e capillare, grazie ad internet. Detto questo, occorre aggiungere che mentre le band sudamericane di un tempo erano maggiormente debitrici della tradizione folklorica continentale, nei gruppi di oggi si nota, invece, una certa tendenza alla europeizzazione del suono, che di fatto rende non sempre decifrabile la rispettiva provenienza geografica, anche per via della lingua inglese (notoriamente, un fattore di omologazione culturale). Tra le formazioni che hanno deciso di imboccare questa strada vi sono i cileni Aisles: gruppo nato nel 2001 per opera dei tre fratelli Vergara ed autore di un album intitolato Yearning, licenziato dalla Musea nel 2005. Gli Aisles si rifanno senza dubbio alla scuola cd. sinfonica, che ha avuto come capostipiti Genesis e Camel, e come eredi di un certo spessore i Marillion, alla cui sensibilità neoprog i cileni sono maggiormente vicini. Niente di nuovo sotto il sole verrebbe da dire… e in effetti già l'ascolto del primo brano, con le sue scontate progressioni tastieristiche, suscita un'imbarazzante impressione di deja vù. Fortunatamente da quel momento in poi il disco salirà di tono, raggiungendo i suoi vertici nelle tracce numero tre (Clouds motion) e sette (la suite Grey), anche se tutti i brani denotano una discreta perizia strumentale ed accuratezza negli arrangiamenti, facendo di Yearning un lavoro nel complesso godibile, ancorché non originalissimo. La congruenza dell'impianto melodico e ritmico, insieme ad una naturale propensione ad alternare con sapienza momenti elettrici ed acustici, sono probabilmente le maggiori virtù di questa band che, per compostezza e gusto melodico, richiama alcuni epigoni di classe come gli scandinavi Twin Age (quelli più ispirati di Lialim High) o - tanto per rimanere in casa Musea - gli spagnoli Galadriel di Chasing the dragonfly. Tra i pregi di questo lavoro segnalerei anche la buona pronunzia inglese del cantante ed un intelligente utilizzo delle voci che rimanda agli Echolyn più romantici (siamo dalle parti di Ballet for a Marsh o Too late for everything, per intenderci). Un album, in definitiva, che pur senza far gridare al miracolo può tranquillamente essere consigliato agli amanti del prog romantico in versione più moderna e timbricamente aggiornata.

(Achille Benigni)


TRACK LIST:

The wharf that holds his vessel
Uncertain lights
Clouds motion
The rise of the white sun
The shrill voice
The scarce light birth
Grey