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Giardini di Mirò Hits for broken hearts and asses 2.nd rec/ Wide - 2004 |
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I Giardini di Mirò mantengono fede alla promessa di rendere disponibili i vecchi pezzi, quelli precedenti al primo osannato (a ragione) album, The rise and fall of academic drifting del 2001. Forse saranno delusi i GdM per quanto sto per dichiarare, ma ritengo che Hits for broken hearts and asses (il cui materiale più antico risale al 1998) sia il miglior album dei Giardini di Mirò. Questione di gusti, certo. Generalmente ad una collection di rarità si riserva sempre un giudizio tiepido, ma qui funziona tutto in modo così magicamente organico e coerente da lasciare poco spazio ad altre opinioni. Senza possibilità di essere smentiti, infatti, questo Cd costituisce il sussidiario illustrato delle visioni sonore di una formazione, ma anche un compendio delle istanze di tutto un movimento (all'anagrafe "post-rock"), dal quale, consapevolmente o inconsapevolmente, la formazione emiliana ha preso il via e nel quale ha emesso i primi vagiti. Non c'è da vergognarsene e non me vogliano i GdM: tanto nessun artista vuole riconoscere sé stesso in una corrente, senza esaltare la propria originalità. Nessuno gliela nega, specialmente con il senno di poi e con le evoluzioni di Punk… not diet! Però dentro questo album ci passano e ci si ritrovano i riverberi di Bark Psychosis, Slowdive, My Bloody Valentine, Sonic Youth, Mogwai. Anche qualche eco più lontano dei Pink Floyd di Ummagumma o dei King Crimson di Starless and the Bible black. E qualcuno più vicino dei Cure "maturi" di Disintegration o di Wish. Qualcuno dipinse frettolosamente i GdM, all'indomani del loro disco di esordio, come la risposta italiana ai Mogwai. Però, però. Quel soave decadentismo, quella malinconica psichedelica, quella rabbia sotterranea che a volte esplode in superficie come lava impetuosa e che altre volte si stempera in vividi colori autunnali, quella ricerca estetica così precisa ma elaborata in modo da sembrare poco studiata, quella attitudine alla performance "da camera" di un rock stufo di rock, insomma tutti quegli elementi non si ritrovano riuniti per mero caso sotto lo stesso cielo. Uno sberleffo punk più ideologico che stilistico; anzi tutta un'altra concezione del punk che quasi si fonde con la rottura degli schemi proposta, all'epoca, anche dal progressive. Una terza via, insomma o forse semplicemente una "terra di mezzo". Tutto questo attraversa Hits…. E tutto questo lo rende unico e così intensamente godibile. Pura sintesi e allo stesso tempo genuina astrazione creativa: dodici pezzi ognuno con la sua storia e ognuno, a suo modo, significativo. Imperdibile, specialmente per chi ha saltato qualche puntata della storia del rock. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Stefano Fasti) |
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