Taproban

Outside nowhere

Mellow Records- 2004

 

Se amate il progressive italiano e le Orme in particolare questo bel disco dei Taproban fa al caso vostro. Formazione triangolare ( batteria, basso, tastiere), qualche accenno di chitarra acustica e di sax, disco prevalentemente strumentale ben suonato e discretamente ispirato, qualche avvisaglia qua e la di uscita dal mainstream progressivo. L'epicentro del gruppo sono, prevedibilmente, le tastiere con passaggi solistici a tratti convincenti, a tratti meno con sequenze acquisite da decenni dall'appassionato del genere, ma spesso con belle aperture melodiche anche piene di feeling e sincera tensione. Da non sottovalutare l' ottimo apporto comunque della sezione ritmica, specialmente del basso, strumento un po' dimenticato negli ultimi tempi che qui spesso assurge al ruolo di protagonista. Ma andiamo per ordine. Un breve intro, giā peraltro paradigmatico dello stile del gruppo, ci porta subito al pezzo principale del cd, la suite "outside nowhere", completamente strumentale, che si dipana nei suoi 19 minuti tra fughe in progressione, stasi spaziali, aperture melodiche, un bel assolo di sax iniziale (Alessandro Papotto della "Periferia del mondo") e un bel finale costruito su una melodia semplice quanto efficace. Lo stile del gruppo riassume molto del new prog degli anni 90 ma con una sensibilitā armonica che li fa accostare, e molto, alle migliori Orme. Una brevissima ballata chitarra acustica e voce ("Broken Shell") e passiamo a "Il difficile equilibrio tra sorgenti di energia"; qui sembra proprio di essere in mezzo a "Felona e Sorona" con un finale cantato in italiano francamente punto debole del brano, anche per un testo mistico-scientista tra Democrito e Stephen Hawking. L'impronunciabile quinto brano (ves ml'tahghach) alterna sequenze ritmiche a fughe di synth con un bel finale in cui il basso spinge un epico hammond d'altri tempi. Al sesto brano i Taproban ci piantano una ballata senza infamia e senza lode con tastiere su tonalitā cosmiche di complemento. La scarsa durata non deve far sottovalutare il successivo "in the deep", un piccolo cameo di musica elettronica che ricorda alcune sperimentazioni di Heldon /Richard Phinas, nč il finale di "Nexus", con il ritorno di Papotto al sax, in un bel brano suggestivo che richiama un po' gli ultimi (splendidi) Finisterre. In conclusione non un capolavoro, certo, ma un bel disco che fonde ortodossia progressiva con qualche nota dissonante e soprattutto con una buona scrittura musicale. Consigliato.

(Michele Chiusi)