The Enid

Six pieces

Mantella records - 1989

 

Dopo il successo del loro secondo album, gli Enid firmano un ricco contratto con la PYE records dalla quale ottengono persino uno studio di registrazione. La sfortuna è tuttavia in agguato in quanto l'etichetta viene a trovarsi immediatamente in serie difficoltà finanziarie e inizia a fare pressioni sulla band perché produca materiale di successo. Il terzo disco, "Touch me", viene pubblicato nel 1979 e, seppur senza promozione alcuna, è seguito da una serie di singoli per cercare di massimizzare le entrate dell'etichetta. Le esigenze economiche della label sono così pressanti che la band viene spinta a pubblicare, nello stesso anno, anche il suo quarto disco, "Six pieces" qui recensito. La band realizza il disco pur sapendo che i rapporti con l'etichetta stanno arrivando al capolinea e la cosa si riflette un po' sulle composizioni che si discostano dal trend seguito fino ad ora sia per quanto riguarda la forma che per i contenuti: nel disco non sono più presenti, infatti, le lunghe suite a cui il gruppo ci aveva abituato ma una serie di brani più brevi slegati l'uno dall'altro. Anche lo stile dei brani prende un po' le distanze da quanto fino ad ora realizzato dalla band. La traccia di apertura, "Punch and Judy man", è infatti un brano prog abbastanza gradevole ma decisamente rockeggiante e relativamente semplice come struttura essendo basato più che altro su chitarre e tastiere e non sui raffinati intrecci orchestrali caratteristici della passata produzione della band. La successiva "Once she was" è una versione orchestrale del canto tradizionale "Scarborough Fayre" reso universalmente famoso da Simon & Garfunkel mentre la successiva "The ring master" è un brano abbastanza schizzato basato su melodie circensi dove ancora le orchestrazioni vengono messe in secondo piano rispetto alla classica strumentazione rock. I brani successivi "Sanctus" e "Hall of mirrors" sono ancora ottimi pezzi ma mancano in qualche maniera della pomposità barocca che caratterizzava i sontuosi arrangiamenti dei precedenti album e si presentano con la chitarra un po' più in evidenza. La chiusura del disco è affidata a "The dreamer", brano rilassato, in cui la maestria di Godfrey come arrangiatore torna di nuovo a fare capolino, e alla bonus track "Joined by the heart" brano ipnotico che poco valore aggiunto dona all'opera. Difficile dare un giudizio su "Six pieces". Si tratta di un album interlocutorio, segnato probabilmente dalle ingerenze della casa discografica e dalle difficoltà finanziarie che stavano affliggendo i musicisti. Non un brutto lavoro, tutt'altro, ma di certo non all'altezza di quanto fino ad ora la band ci aveva fatto ascoltare. Forse in una situazione diversa l'album avrebbe preso un'altra piega e sarebbe venuto ancor più bello ma con le decine di dischi inutili che escono al giorno d'oggi viene da pensare, con un po' di malinconia, "avercene oggi di dischi come questo…".

(Paolo Formichetti)

Track list:

riedizione su cd (Mantella records version): The Punch and Judy Man, Once She Was, The Ringmaster, Sanctus, The Hall of Mirrors, The Dreamer
Bonus track: Joined by the Heart

 

Formazione:

Robert John Godfrey (Keyboards), Stephen Stewart (Guitars and Bass), Francis Lickerish (Guitars), Martin Russell (Keyboards and Bass), William Gilmour (Keyboards), Robbie Dobson (Drums and Percussion)