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Paatos Kallocain Inside Out - 2004 |
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C'è qualcosa di nuovo che si muove sottotraccia nel prog nordico e che sta lentamente emergendo. Già l'ultimo lavoro degli svedesi Anekdoten ci aveva sorpreso per il tentativo di proiettare il tipico prog crimsoniano dei dischi precedenti verso contesti più accessibili, miscelando, anche se non sempre in maniera soddisfacente, il mellotron e il basso distorto con le atmosfere sospese e malinconiche di una certa scena post rock europea. Dei Paatos già conoscevamo, grazie al debut album "Timeloss" di due anni fa, l'inclinazione per un prog anomalo, che sa attingere a piene mani dalle esperienze di gruppi in bilico tra prog e rock come Porcupine Tree e Flaming Lips, ma anche più marcatamente pop, come The Gathering, e Portished. Con "Kallocain" il gruppo nordico ribadisce le sue intenzioni simbiotiche, e tratteggia nove brani in cui la voce magnifica di Petronella Nettermalm, vicina in molti punti alla tenue espressività di Anneke van Giersbergen o della stessa Bjork, funge da inevitabile polo di attrazione per tutti gli altri strumenti. Sotto alla voce troviamo infatti morbidi tappeti di mellotron e fragili arpeggi di chitarra appena distorta, ritmiche sintetiche e analogiche, comunque filtrate attraverso catene di multieffetti e compressori, violoncelli e violini taglienti e malinconici, pianoforti acustici e contrabbassi. Il missaggio è stato affidato a Steven Wilson e si sente, nel ben e nel male. Il gruppo, che ha perso per strada l'ex Landberk Reine Fiske sostituito alla chitarra dall'ottimo Peter Nylander, attende con finta apatia il momento giusto per lanciarsi in lunghe code strumentali di grande impatto emotivo. "Kallocain" è indubbiamente un album in cui a volte la forma sembra prendere il sopravvento sul contenuto e che probabilmente non mantiene fino in fondo le promesse fatte con i tre pezzi d'apertura. Però ci mostra un gruppo vivo, ricettivo del contesto musicale attuale e capace di tracciare, spesso con successo, nuove vie per una riattualizzazione del rock progressivo. In estrema sintesi, come ha scritto qualcuno, di produrre "un disco jazzy con influenze post - rock che esce bagnato e soddisfatto dalla grande vasca dei 90s Svedesi". Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Paolo Carnelli) |
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