Marillion

Marbles

Racket Records/Edels - 2004

 

Dopo tre anni di lavorazione, vede finalmente la luce questo "Marbles", frutto dei tanti preordini (circa 13.000) che i fan di tutto il mondo hanno fatto a partire da più di un anno prima della data di release. Il disco ruota intorno al tema delle situazioni della vita che posso far breccia alla pazzia: privazioni, frustrazioni, impossibilità di realizzare i propri desideri, incapacità di esprimere in senso pieno la propria anima, l'inattuabilità di soluzioni alternative per i gravi problemi che affliggono un mondo già impazzito di per sé. Tutto ciò sembra essere racchiuso già nell'iniziale "The invisible man", uno dei migliori pezzi di tutto il lavoro, che musicalmente sembra un incrocio strano (ma riuscito) tra le sonorità della "Darkness" di Peter Gabriel, i Massive Attack e i Pink Floyd di "Shine on you crazy diamond". Invisibile è dunque l'uomo comune che è trasparente nei confronti degli organi di potere, che negano, ad esempio, la possibilità di esprimere la propria volontà di fermare una guerra ben mascherata da operazione di salvataggio. Stato di invisibilità, allo stato puro. Nel corso dell'album, trovano posto le quattro parti della title track "Marbles" (vicine, per il loro mood melanconico, ai Coldplay di "Parachutes") che hanno lo scopo di creare un collegamento ideale tra le storie raccontate: c'è il tema ricorrente dell'aver perso le proprie biglie (quelle piccole sfere con cui tutti noi - con qualche annetto sulle spalle - abbiamo giocato da bimbi), come metafora della perdita dell'innocenza e, allo stesso tempo, della ragione. In inglese infatti, "perdere le biglie" corrisponde, né più né meno, al nostro "perdere qualche rotella". Il tutto è però avvolto da un rassegnato senso di tristezza, poiché ad un certo punto le biglie sono semplicemente scomparse, senza la coscienza di quando ciò sia realmente avvenuto. Siamo "cresciuti", quindi abbiamo perso le nostre belle biglie e abbiamo smesso di ricordarci di loro. Un bel giorno. O meglio un brutto giorno, così quasi all'improvviso. Questo album verrà poi ricordato per aver concesso ai Marillion di entrare nuovamente nella top ten inglese con un singolo, "You're gone", costruito su di una base percussiva programmata, ma imbellito da riusciti inserti chitarristici e da una maiuscola performance vocale di Steve Hogarth. Per quanto mi riguarda, il disco continuerà a chiamarmi per nome utilizzando perle lucenti come la già citata "The invisible man", "Ocean cloud" (inspiegabilmente omessa dal CD reperibile nei normali negozi) e "Neverland". Rispettivamente: quattordici, diciotto e dodici minuti. Della prima abbiamo già parlato; la seconda è la colonna sonora per la narrazione di una affascinante, ma drammatica, traversata atlantica, caratterizzata da lirismi in pieno stile Camel e, ancora una volta, ricca di sfumature Floydiane, ma allo stesso tempo recupera (incredibilmente) alcuni fili conduttori con i Marillion di "Forgotten sons". Discorso simile per la conclusiva "Neverland", che considero l'azimut assoluto di tutto "Marbles" per la capacità di esprimere nel modo più compiuto possibile tutte le idee fondanti dei Marillion dell'era Hogarth e di aprirle ad una prospettiva sonora moderna, epica eppure equilibratissima. A fare compagnia (buona compagnia) a simili gemme ci sono poi un pugno di canzoni di spessore davvero notevole come "Fantastic Place" (che mi sembra ispirata alle ballad dello Springsteen di "Tunnel of love"), "Don't hurt yourself" (il secondo singolo), che avrebbe potuto essere interpretato alla perfezione da Chris Isaak, "Angelina" (ancora una volta mi immagino il bel Chris alla voce…), "The damage" (di cui il Nostro Paolo Carnelli ha immediatamente colto il riferimento ai primi Radiohead), "Genie", "Drilling holes", molto vicina a certe cose dei Porcupine Tree di Steven Wilson, che pure ha contribuito al missaggio di alcuni brani. Hogarth ha realizzato con "Marbles" il proprio capolavoro testuale e vocale, nella stessa misura in cui il suo omonimo (Mr. Rothery) ha ritrovato il suo ruolo di chitarrista solista e di fine autore di pregevoli assoli, anche al di fuori dei soliti cliché marillici. In generale, prima di ora solo "Brave" poteva essere posto, ad unanime consenso dei fan, ad un livello di tale maturità artistica. Ora "Marbles" prova a contenderne la vetta. Dave Meegan, il produttore, è riuscito ad ottenere quanto di meglio i Marillion avessero da offrire a oltre vent'anni dal loro esordio. L'universo musicale è pieno di scalatori e di arditi alpinisti. I Marillion, invece, sono dei bravi funamboli e degli ottimi maratoneti. Cosa pretendere di più?

Recensione pubblicata su Wonderous Stories

(Stefano Fasti)