Iq

Dark matter

Giant Electric Pea - 2004

 

Che gli IQ abbiano avuto più di qualche semplice difficoltà nell'affrontare il dopo-Subterranea è cosa ammessa dalla stessa band. Di certo non era bastato "The seventh house" per accontentare le ormai altissime aspettative dei fan. Il settimo disco in studio, seppur valido in alcuni episodi, era penalizzato dalla discontinua partecipazione di Martin Orford alle sessioni di composizione, essendo all'epoca impegnato nella realizzazione del suo primo album da solista. Ciò non avviene con l'ottavo capitolo "Dark matter", che vede la formazione britannica unita nel fronte comune di mostrarsi compatta e guidata dal desiderio di esprimersi ancora ad alti livelli. Che questo impegno ci sia stato non c'è dubbio alcuno: semmai a latitare è stata la volontà di confrontarsi con un mondo musicale fortemente mutato e di saper accogliere le tante innovative idee che, per fortuna, non hanno mai smesso di circolare. Gli IQ ci provano, ma continuano a proteggere troppo il proprio suono così come si fa con le caratteristiche di un buon vecchio vino DOC. E dunque "Dark matter" si apre (con "Sacred sound") proseguendo stilisticamente il discorso da dove era stato interrotto, ossia da quel disco "di passaggio" che è stato "The seventh house". In "Red dust shadow" invece il gruppo compie un balzo oltre i suoi orizzonti, immergendosi in cieli crepuscolari più vicini, per tonalità, a quelli dei Porcupine Tree e producendo una delle più ispirate composizioni del proprio catalogo. "You never will" invece riporta bruscamente indietro alle visioni di "The wake", con le tastiere che, percorrendo ben consolidate scale, cercano di rinverdire i ricordi dei "gloriosi" ideali del primo prog inglese Anni '80. "Born brilliant" almeno tenta un aggiornamento dei timbri (bello l'assolo di chitarra e notevole il lavoro di sottofondo fatto da Orford), però pesca sempre nel medesimo stagno e gli esiti non ripagano lo sforzo. Come da tempo annunciato "Dark matter" trova il suo apice nella lunga suite "Harvest of souls" (24 minuti suddivisi in 6 parti, come nel più classico degli stilemi progressivi) e che pare riflettere in modo poeticamente amaro sull'alleanza e sulla fedeltà "dovuta" all'America anche quando la verità pare nascosta dietro maschere più grottesche di quelle usate dal giovane Peter Gabriel. È impossibile non apprezzare i propositi di Nicholls & soci di non cadere nei soliti cliché e di introdurre sempre almeno un elemento imprevisto nel corso delle varie sezioni del brano. Però una certa discontinuità e la mancanza di una reale incisività non permette alla suite, seppur non priva di buone intuizioni, di decollare veramente. In conclusione mi sentirei di estendere la mia opinione su "Harvest of souls" all'intero "Dark matter" che, alla fine, così dark lo è solo nelle liriche di Peter Nicholls e non certo nelle sonorità adottate.

Recensione pubblicata su Wonderous Stories

(Stefano Fasti)