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Discus …tot licht! Gohan Records/Musea - 2003 |
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Per chi segue un minimo le vicende del prog contemporaneo, il nome Discus suonerà certamente familiare. Scoperti nel 1999 dalla Mellow Records di Mauro Moroni, i Discus hanno infatti subito destato scalpore tra gli appassionati sia per la loro complessa e variegata proposta musicale, che per la loro provenienza geografica: l'Indonesia. Dall'uscita di "1st", la band ha goduto di una popolarità sempre crescente che l'ha portata ad esibirsi in America e in Messico, prima di firmare un nuovo accordo con l'etichetta giapponese Gohan Records per la realizzazione di questo secondo disco. "…tot licht!" riprende in pieno le caratteristiche che hanno fatto la fortuna del gruppo indonesiano: musica totale, variegata, imprevedibile; un mosaico sonoro in cui trova spazio un po'di tutto: prog sinfonico, jazz fusion, canterbury, prog metal e musica etnica, come spiega il leader del gruppo, il chitarrista Iwan Hassan: "Penso che la musica sia caratterizzata da un unico comune denominatore: il suono. La musica è suono. È il suono a creare ed esprimere emozioni e sentimenti. Se vedi le cose da questa prospettiva, allora capisci come tutte le barriere di stile e genere possano cadere. Mi piacciono tanti tipi di musica e la sfida per me è cercare di fare in modo che possano coesistere". Otto musicisti, una varietà di strumenti notevole (accanto a basso, chitarra, batteria e tastiere ci sono anche violino, sassofono, flauto, clarinetto, vibrafono e percussioni varie), una registrazione eccellente, armonie vocali polifoniche e complesse memori dei migliori Gentle Giant o degli Yes di Relayer, dirette dalla deliziosa vocalist Nonnie… tutto questo è "…tot licht!". Per intenderci, siamo dalle parti di French TV e Isildur's Bane, anche se la proposta dei Discus risulta, pur nella sua disomogeneità, più coerente e meno forzata di quella del celebre gruppo americano. Una segnalazione particolare la merita il violino infuocato di Eko Partitur, sempre pronto a duettare con la versatile chitarra di Hassan, ora vicina al minimalismo di uno Steve Howe, ora lanciata in violente cavalcate rock sulla scia di un Petrucci. Tutto questo risulta particolarmente evidente nell'epica e conclusiva "Anne", ispirata ai diari di Anna Frank: venti minuti di cambi di ritmo e di atmosfera per approdare alla potente chiusura sinfonica, degna dei migliori Greenwall. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Paolo Carnelli) |
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