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Delusion Use your delusion Mellow Records - 1999 |
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Si è parlato poco all'epoca (1999) di questo lavoro dei norvegesi Delusion. Eppure la miscela di ambient e psichedelia proposta da alcune tracce di "Use your delusion" è tale da suscitare più di qualche interesse. Dalle note iniziali di didjeridoo che caratterizzano l'opener "Boom!" è chiaro come l'accento sia posto principalmente sulla ricerca timbrica e sulla costruzione di cicli sonori ad alta valenza ipnotica. L'uso di una batteria tenue e la modulazione armonica vagamente orientaleggiante richiamano alla mente alcune cose dei Porcupine Tree e degli Ozric Tentacles, mentre il crescendo finale sembra voler attualizzare i Pink Floyd più psichedelici. Con "Funguid" (titolo certamente non casuale…) il gruppo mostra i muscoli, grazie all'intervento di una chitarra distorta satura e tagliente e di una ritmica più incisiva. I connazionali Gazpacho non sono poi così lontani. "Rainspotting" ci riporta alle atmosfere sospese dell'inizio, grazie a un loop di percussioni su cui galleggia un piano in lontananza; notevole il lavoro della chitarra elettrica, che evoca sentori umidi anticipatori di certe cose degli ultimi Anekdoten o dei Paatos di "Kallocain", mentre scorrono spezzoni di dialoghi registrati in sottofondo. Decisamente un bel pezzo. Il vento sintetizzato che annuncia "Dreamremaker" sa di tetro rituale pagano, officiato da un sacerdote dalla voce fredda e impersonale. "Funguid pt.2" innesta su tastiere spaziali quella componente reggae e dub tanto cara ai fratelli Wynne. Ancora il didjeridoo annuncia il lento tribalismo percussivo di "Infinity": la ricerca timbrica è interessante ma il pezzo stenta a decollare, rimanendo incollato a terra in attesa di un'impennata che non arriva. La conclusiva "Little - Dub" richiama ancora, come del resto preannuncia eloquentemente il titolo, quelle atmosfere elettro-giamaicane tipiche di formazioni come Otto Ohm o Asian Dub Foundation. In definitiva "Use your delusion" è un album che dopo un inizio interessante e di ricerca tende purtroppo a spegnersi, stemperandosi in cliché cannaroli che con il prog rock hanno ben poco a che fare. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Paolo Carnelli) |
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