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Ibio Cuevas de altamira East West - 1978 |
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Se i Granada di Espana Ano ’75 conquistano l’ascoltatore per la loro capacità di miscelare le partiture folkeggianti della terra natia con gli influssi jazzati della scuola canterburyana, gli Ibio colpiscono per la loro fedeltà ai dettami del sound iberico, riuscendo a vestire magicamente in chiave prog i temi popolari della propria tradizione nazionale. Primo e unico album del gruppo, Cuevas de Altamira (1978) è tutto un tripudio di ritmiche acustiche e ballonzolanti spinette, pianoforti elettrici e liriche aperture di mellotron. L’impressione è quella di essere in presenza di una specie di versione spagnola degli Strawbs, in cui, come per il gruppo di Dave Cousin, l’accento è posto sulla possibile fusione tra folk music e rock bucolico, in una suggestiva alternanza di vuoti e di pieni. Tornano alla ribalta le cadenze solenni e marziali tipiche di molti gruppi prog iberici (vedi l’iniziale e cantata title track, quasi un inno di liberazione alla maniera degli Intillimani, ma anche A lo alto y a lo bajo, tutta incentrata sulla serrata marcetta del rullante) con le tastiere e i sinth di Mario Gomez grandi protagonisti in assenza di altri strumenti solisti caratteristici della tradizione spagnola, come ad esempio il flauto e il violino. Un discorso a parte merita la chitarra elettrica di Dioni Sobrado: tagliente e distorta, ricorda in molti passaggi quella dell’Howe di Relayer, pur difettando a volte in precisione e liricità. Ci avviamo così alla fine del disco: Pastor ci aiuta a capire l’humus culturale da cui è scaturito un pezzo come Amargura degli ultimi Indaco, mentre la cadenza militare di La Baila de Ibio puntella ancora una volta gli intrecci tra la chitarra elettrica flangerata di Sobrado e i sintetizzatori e il Mellotron di Gomez. Complessivamente Cuevas de Altamira è un lavoro interessante, anche se mi sento di consigliarlo principalmente a chi ha già avuto modo di conoscere e apprezzare il prog iberico nella sua accezione più autentica e tradizionale. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Paolo Carnelli) |
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