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Spaced Out Slow Gin Unicorn Records - 2003 |
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Terzo album per i canadesi Spaced Out, una delle band più interessanti degli ultimi anni. Dopo due promettenti album e una grande performance al NEARfest 2002, la Unicorn Records ha rinnovato la fiducia nel gruppo pubblicando l'atteso "Slow Gin". Si tratta di un ottimo album, che conferma il talento creativo del bassista Antoine Fafard e compagni: il frutto di un'evidente abilità tecnica e di una contaminazione intelligente tra jazz, rock, musica contemporanea, hard, psichedelia e fusion, come avvenuto per Deux Ex Machina, Djam Karet, DFA e Avant Garden. A conti fatti gli Spaced Out confermano la loro hard fusion cerebrale e colta, dai sapori lisergici e cosmici e dall'impianto tecnologico; dominata da un piacevole gusto per l'astratto, tra sfumature oscure e foschi e taglienti contrasti ritmici, con poco spazio per la melodia. Anche le strambe foto del booklet (per la serie "i pericolosi effetti dell'alcool") sono funzionali all'atmosfera stralunata e allucinata. L'album attraversa fasi decisamente dure e minacciose (l'aggressiva title-track) e momenti curiosi ed ipnotici, ai confini dello space rock (vedi la progressiva "Spaced in"). "The thing" cattura e affascina, liquida e notturna fusion alla maniera degli Spaced Out; "E.M.O." viaggia sinuosa sulle ali di un sound cosmico, tra art rock e surrealismo. Tasso tecnico chiaramente elevato, a tratti vertiginoso, sempre ai limiti dei circoli viziosi del virtuosismo fine a se stesso, anche nelle ossessive ragnatele sonore di "Minor blast"; traspare un senso visionario ed immaginifico che accomuna tutti i brani, naturalmente strumentali. Fafard è l'elemento più in vista: responsabile di produzione, arrangiamenti e registrazione, delle tracce di basso e sequencing. L'affiatamento ritmico spicca immediatamente e, per l'impostazione di alcuni brani (vedi "E.M.O."), si ha l'impressione che l'album sia stato un affare "personale" tra Fafard e Maheux, comunque tra le migliori coppie ritmiche in giro, versatile e raffinata. Il nuovo chitarrista Mark Tremblay non spicca in modo memorabile ma la sua presenza, pur defilata, risulta azzeccata (cito "The thing"). Ricordo che le sue tracce furono aggiunte in un secondo momento, l'album infatti avrebbe dovuto escludere il guitar-work. Il pianista Eric St-Jean è invece assente nella prima parte dell'album, ma entra in gioco nella triade "Bright space", "Glassosphere" e "Blue Ron Pipe A.M.". Siamo tra gli episodi migliori dell'album, dai tratti più eccentrici, influenzati dall'ambient e dall'elettronica. Quando la band è al completo il sound si fa più elegante e misurato, realizzando una sorta di fusion evoluta e contaminata, dai tocchi orchestrali e dai lineamenti sottili e sfumati. Gran finale con "Blue Ron Pipe P.M.", misteriosa e cadenzata, arricchita in modo irreale e stranito dal sax dell'ospite Ronald Stewart. Un ottimo terzo album, dunque, sicuramente un degno esempio di creatività ed abilità esecutiva, anche se avremmo apprezzato una maggiore spontaneità e rilassatezza, magari con un più tangibile contributo da parte di tutti i componenti del gruppo. Per la cronaca, il vulcanico Fafard sta allestendo un progetto ancor più ambizioso, la Spaced Out Orchestra: un incontro che mescolerà jazz e classica, con la presenza di ben venticinque musicisti, sulla scia di quanto realizzato dagli Isildurs Bane. Le vie della fusione sono infinite... www.movimentiprog.net Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Donato Zoppo) |
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