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String Arguments same Musea - 2003 |
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Formazione giapponese, doppia chitarra, basso, batteria, violino. Niente mellotron stavolta. Disco dal vivo, strumentale, a giudicare dagli applausi 15-20 spettatori in tutto. Si parte con " improvvisation" e il titolo dice tutto: il violino stride alcuni passaggi lenti poi un incrociarsi vorticoso di chitarre con il violino che contrappunta nel finale. Indubbia l' impostazione jazzata con lievi rimandi alle improvvisazioni dei King Crimson di Fripp e Cross. "From Sri Lanka to Titan" (13 minuti) parte anch' esso con una breve improvvisazione, poi il chitarrista tratteggia un assolo che parte sinuoso per poi portansi dietro tutto il gruppo in progressione fino al climax, poi un' improvviso stacco e parte una parte nel più classico stile jazz rock anni 70 con chiarissimi richiami alla Mahavisnu Orchestra. Il violino si erge protagonista in un assolo turbinoso, la sezione ritmica sostiene il pezzo meravigliosamente con il basso in grande evidenza, poi subentra il chitarrista con un assolo del medesimo tenore per poi sfociare in un finale melodico di grande effetto. Bellissimo. "Everithing become circle" è un lungo brano melodico e malinconico con la solita alternanza di parti violinistiche e chitarristiche, il fantasma della Mahavisnu è sempre sullo sfondo anche se l' impianto appare nella parte finale molto più jazzistico con richiami anche al miglior Metheny. L' impressione di trovarsi di fronte ad un grande gruppo si rafforza con la successiva " Silence, darkness" introdotta da un assolo di batteria di cui avremmo fatto anche a meno che però fa da intro a 13 minuti di grande jazz rock con stacchi di chitarra reminiscenza del lavoro di Mc Laughing nei dischi del Davis elettrico, il gruppo è molto in palla, il groove del brano è impressionante, pulsante, vivido, creativo con un finale vorticoso con chitarra e violino che duellano su una base ritmica travolgente. Ancora meglio il quinto brano "one summer afternoon in kyoto", brano di grande feeling sorretto da una linea melodica semplice quanto toccante ripresa più volte durante il pezzo, con il violino drammatizzante che tratteggia ampie volute romantiche con ancora echi di Pat Metheny e perché no anche di Carlos Santana nel finale. Il disco potrebbe finire qui, ma c'è tempo ancora per un brano, "kundabuffer", frenico e a tratti aggressivo che però poco aggiunge al lavoro complessivo. Si sa, i giapponesi copiano sempre però questo è un ottimo disco suonato con cuore, tecnica ed intelligenza e consigliatissimo a tutti gli amanti del jazz-rock. |
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