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Yezda Urfa Sacred baboon Syn-phonic - 1976 |
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Appello per tutti gli amanti dei Gentle Giant che hanno, ormai, consumato vinili e cd della band dei fratelli Shulman e cercano qualcosa di nuovo per placare la loro sete: acquistate senza indugio questo Sacred Baboon degli Yezda Urfa. La band americana ha infatti prodotto nel 1976 il più riuscito disco di pura derivatività gentlegiantiana che la storia del progressive ricordi. In questo lavoro possiamo ritrovare tutte le felici intuizioni che hanno reso indimenticabili album come In A Glass House o Free Hand. Il disco si apre con "Give 'em Some Rawhide Chewies", breve e indiavolato brano che ricorda molto, oltre ai Gentle Giant, anche gli Yes. Il successivo "Cancer of The Band" è un pezzo indimenticabile. Aperto da una sezione di flauti che ricamano una intensa melodia di sapore rinascimentale, il brano si evolve poi in uno stupendo crescendo di incastri vocali per concludersi con una esplosiva jam strumentale. Dopo la lunga e riuscita "To-Ta In The Moya", la breve "Boris and His Three Verses" richiama di nuovo alla mente gli Yes, con una melodia che non vi uscirà più dalla testa. Dopo le elaborate "Flow Guides Aren't My Bag" e "(My Doc Told Me I Had) Doggie Head" il disco si conclude con l'eccellente strumentale "Almost 4, 6, Yea": otto minuti che ancora una volta vanno a scoperchiare il sepolcro all'interno del quale sono seppelliti gli spartiti di Yes e Gentle Giant. Sorretto da una dose di ironia fuori dal comune nei titoli e nei testi, Sacred Baboon è un disco indispensabile per gli amanti di queste sonorità. Gli Yezda Urfa hanno pubblicato anche un altro disco, Boris, precedente a Sacred Baboon, ma non provate a cercarlo: ne esistono pochissime copie in vinile e chi ce l'ha se lo tiene ben stretto. Recensione pubblicata su Wonderous Stories (Daniele Prati) |
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