Chaos Code

The tragedy of leaps and bounds

autoproduzione - 2002

 

Dopo i buoni risultati ottenuti con la pubblicazione del primo album "A Tapestry of afterthoughts", i Chaos Code iniziarono una frenetica attività live nell'area di Baltimora. Nonostante tutto ciò, alcuni contrasti interni portano allo scioglimento della band. Con un paio di cambi di line-up i nostri tornano protagonisti nel 2001, quando iniziano a comporre materiale per un nuovo album. Nel 2002 viene dato alla luce The Tragedy of Leaps and Bounds, ancora con la formula dell'autoproduzione, album che rappresenta, a mio parere, un passo avanti rispetto alla precedente fatica discografica. Il sound è più complesso, maturo e sicuramente più originale, distaccato dalla influenze di Marillion e co. Della formazione originale rimane il solo Cliff Phelps ed il gruppo diviene un quintetto grazie all'innesto del fiatista Mike Potter. Dopo un bell'inizio strumentale si cominciano subito a delineare le differenze col "vecchio sound"; per prima cosa la sei corde è in maggiore evidenza e ricopre un ruolo di primaria importanza nel caratterizzare gli 8 brani che compongono la scaletta (per una durata complessiva che raggiunge quasi i 60 minuti). Per rendersi conto di ciò basta ascoltare il secondo pezzo "Another hand", introdotto da un graffiante riff di chitarra, intervallato dalla bella melodia, interpretata con la solita enfasi vocale da Cliff Phelps e portato a conclusione ancora da un bel crescendo chitarristico. Spacesuits and sunglasses mette in mostra, invece, il lato più melodico e romantico della band. Più dura, a tratti quasi "hardrockeggiante" From cradle to grave, con tastiera e chitarra elettrica a dirigere il tutto. Fuori dal contesto , invece, la stravagante Balance, con percussioni (simulate dai synth) a portare avanti la scanzonata melodia. Segue A reason to kill dove affiora, ancora una volta, un riff hard rock, intrecciato a bei soli di synth. La movimentata The creature self permette al gruppo di mettere in mostra le discrete doti tecniche, tra continui cambi di tempo e solo intrecciati. Chiude Distance che, con i suoi tredici minuti di durata, rappresenta non solo l'episodio più lungo dell'intero album, ma anche uno dei più interessanti ed ispirati. Mi sento di consigliare The Tragedy of leaps and bounds non solo a chi ha apprezzato la precedente pubblicazione dei Chaos Code, ma a tutti gli amanti del prog sinfonico moderno.

(Luca Sorrentino)

Track List:

1.Unit; 2.Another hand; 3.Spacesuits and sunglasses; 4.From cradle to grave; 5.Balance; 6.A reason to kill; 7.The creature self; 8.Distance.

Line-up:

Cliff Phelps: guitars,vocals,flute;
Patrick Gattney: drums;
Tom Langan: keys;
Gary Curtis: bass;
Mike Potter: sax,flute.