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Stereokimono Ki Iridea Records - 2001 |
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Cari prog-lovers, ecco a voi gli StereoKimono from Bologna, ovvero Cristina alla batteria, Alex al basso ed Antonio alle chitarre (entrambi anche alle tastiere), trio agguerrito e disincantato, autore di un singolare "rock psicofonico obliquo". La definizione da loro coniata incuriosisce non poco, evitate però di filosofeggiarci sopra e buttatevi in questo cd: suggestiva ed ottima veste grafica, otto brani eccentrici, a volte inaccessibili, sempre interessanti. Questo è il primo lavoro dei tre, vincitori nel 2000 del premio dedicato a Demetrio Stratos: mi permetto di lodare gli SK perché il loro esordio è interessante e pieno di spunti che dovranno essere approfonditi nel prossimo album (lo attendo spasmodicamente!). Per ora il marchio di fabbrica sta nell'essenzialità della line-up ed in ciò che propone: assenza di parti vocali (rari vocalizzi qua e là), ragnatele sonore fittissime e momenti dilatati ed eterei tra space rock, new age ed avanguardia Cuneiform style. In diversi momenti i tre ricordano gli ormai leggendari DFA, accentuano però la bizzarria, l'amore per il grottesco e le visioni spaziali. I fanatici dei King Crimson primi eighties sorrideranno compiaciuti ascoltando la micidiale opener "Eh! Ah!", gli incalliti freaks seguaci degli Ozric Tentacles trarranno utile ispirazione dal lungo trip cosmico di "Phileas Fogg", esempi lampanti (ed opposti) dell'estro del trio felsineo: i due brani dimostrano il gusto per le sorprendenti variazioni sonore, in viaggio tra furia e meditazione, tra incastri strumentali e rarefazione, il tutto condito da un tono distaccato e sottilmente beffardo. Il secondo brano poi è un esempio magistrale di come fare lo space rock del terzo millennio in tre persone, inserendo spunti fusion, funky/disco e new wave. "Apoteotico" è ancora più fantasiosa con la sua psichedelia notturna ed il contrastante fragore heavy/funky, un brano stralunato e surreale come la successiva "Per vederlo devi chiudere gli occhi", spettrale e dissonante, con venature industriali (remember Young Gods?), isterica a tratti. Ottima per un party su Saturno. Devo dire che i tre sono strumentisti impeccabili e di gran classe, anche nei momenti palesemente sperimentali de "L'altra Marea", lucida follia ed esempio di magistrale ipnosi musicale, degna dei Pink Floyd più cosmici e dei migliori Gong. Non mancano poi composizioni più "descrittive", vedi "Istanbul di giorno", ritratto di un oriente allucinato con un lavoro di chitarre eccellente, una sezione ritmica in stato di grazia ed inserimenti di tastiere e violino semplicemente perfetti. Dopo un "Concerto N.1 per pianoforte e sgabello" (sic!), gran finale con "Il Nulla respira": su una base jazzata cresce una spirale di follia ed assurdo che toglie il respiro: lo scanzonato eclettismo zappiano strizza l'occhio al dadaismo dei Soft Machine. Ed ascoltate il cd fino alla fine. Surreale... Un'ispirazione a dir poco strabiliante. E abbiamo trovato anche chi può rivaleggiare con i Primus. Mi sento di dire che anche nei brani più folli ed apparentemente sconclusionati c'è una forte ricerca e mai nulla lasciato al caso. Dunque un esordio di grande qualità, espressivo anche nei momenti più folli e consigliato vivamente a chi mastica con avidità gli aspetti più sperimentali e ricercati del progressive. (Donato Zoppo ) |
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