The Bollenberg Experience

If only stones could speak

Musea- 2002

 

In questi ultimi anni in ambito progressive sono stati piuttosto numerosi sia i supergruppi, in cui vari artisti univano le loro energie compositive per realizzare un album, che i progetti musicali in cui un compositore scriveva i pezzi e poi si circondava di grossi nomi che si facessero carico di registrare i vari strumenti. Andando in rigoroso ordine casuale possiamo citare Liquid Tension Experiment, Explorers Club, Morte Macabre, Ayreon, Fyreworks, The New Groove Project, Martin Darvill & Friends, Nolan/Wakeman Jr., il progetto dedicato a Leonardo Da Vinci di Trent Gardner per finire con i Transatlantic. I risultati sono stati a volte molto positivi (su tutti LTE, Transatlantic e, anche se il loro disco conteneva quasi tutte cover, Morte Macabre), altre volte solo discreti ("The greatest show on earth" non verrà certo ricordato negli annali del prog) ma di sicuro è sempre stata grande l'attesa e la curiosità con la quale gli appassionati di prog hanno atteso questi dischi. Ultimo in ordine di tempo giunge questo progetto ideato da John "Bo Bo" Bollenberg, giornalista rock freelance (potete trovare le sue recensioni su http://www.progressiveworld.net) e cantante nella band Quies. Bollenberg ha scritto i 9 pezzi che compongono questo disco assieme al talentuoso chitarrista svedese Bjorn Johansson, già collaboratore di Par Lindh su "Bilbo" e autore dell'ottimo "Discus ursi", e si è poi circondato, per la loro realizzazione, di una squadra niente male che comprende, oltre allo stesso Johansson, Rick Wakeman, Jordan Rudess, Roine Stolt, Par Lindh (fin qui non credo ci sia bisogno di aggiungere altro), William Kopecky (della band omonima), Heather Findlay e Bryan Josh (Mostly Autumn), e financo un coro (l'Ensemble Macogall Choir). Lo stile del disco è una sorta di prog sinfonico di buona fattura mischiato con forti dosi di folk e melodie medievaleggianti che sembrano provenire direttamente dai bardi che allietavano la corte di Re Artù o dagli ubriachi di una qualche bettola sperduta nella brughiera scozzese dell'anno mille. Quando queste ultime prendono il sopravvento (e la cosa avviene abbastanza spesso) anche la strumentazione si fa per così dire "d'epoca", basti ascoltare la traccia 3, "Minna" nel quale la dolce melodia viene accompagnata dapprima dalla chitarra classica e dal clavicembalo, poi da violino organo e trombe, per giungere poi ad un breve assolo di chitarra elettrica che ci fa ritornare improvvisamente nel 2002. Anche la successiva "Ursus brugghia" sembra uscita da uno spartito di qualche secolo fa o forse da uno dei lavori di Lorena McKennit dato che lo stile ed il gusto per l'arrangiamento sembrano provenire dritti dritti da uno dei dischi della brava musicista. Altrove è invece il prog sinfonico a dominare, la strumentazione si fa moderna, e dai synth di Wakeman o Par Lindh fuoriescono assoli che vanno a sfidare le chitarre di Stolt e Johansson rimanendo comunque sempre in un contesto melodico. Il principale punto a sfavore del disco è rappresentato, a mio avviso, dalla voce di Bollenberg che, aldilà del timbro che non mi piace molto (ma questa è una considerazione strettamente personale), tende a volte a spingersi pericolosamente verso i propri limiti con risultanti che a volte fanno venire un po' la pelle d'oca (purtroppo in senso negativo..., si ascolti ad esempio "Holy blood"). Un'altra cosa che non mi è piaciuta troppo, (ma che si avverte solo talvolta) è stata la maniera in cui è stata registrata la batteria, a volte troppo secca e, per così dire, "invadente" (ascoltate la sua entrata in "Cafe vlissinghe"...). In conclusione a parte il difetto della voce di Bollenberg, (difetto che viene mitigato grazie alla co-presenza di una buona voce femminile e del coro), il disco è sicuramente piuttosto interessante e piacerà sia agli appassionati della corrente sinfonica del progressive che a coloro che vorrebbero vivere in un antico maniero, magari sito nei pressi di Camelot, e passare le loro serate a discutere di progressive con gli amici. Seduti intorno ad un bel tavolo rotondo...

(Paolo Formichetti)

Track List:

1. If only stones could speak; 2. Holy blood; 3. Minna; 4. Ursus brugghia; 5. Cafe vlissinghe; 6. No words; 7. anna from the well; 8. the story of the three; 9. The goodnight knight