Rush

Vapor trails

Anthem/Atlantic - 2002

 

Ammetto che trovarmi a parlare dei RUSH mette sempre una grandissima emozione, sarà perché ci troviamo di fronte ad una delle più grandi band ancora in circolazione, sia per qualità tecnico/compositive sia per la longevità del loro progetto (era circa il 1973 quando decisero di incominciare nelle lontane terre canadesi) e, cosa raririssima la formazione è in pratica rimasta immutata fino ad oggi (album d’esordio a parte). Una grande proprietà della band è quella, almeno in Canada e Usa e solo in parte nel vecchio continente, di essere riuscita a crearsi una grandissima notorietà e commerciabilità dei loro prodotti senza però scendere a compromessi scadenti in termini qualitativi e d’immagine (la leggenda narra che i loro testi siano stati oggetto di studio come esempio di uso corretto della lingua in alcune università Statunitensi!!!). Le loro tournè sono regolarmente sold-out tenute sempre in piazze di primo piano (ovviamente in Italia non ne abbiamo visto neanche l’ombra; chissà a chi dobbiamo dire grazie……….speriamo almeno per questo tour) e i loro album vengono veduti in maniera soddisfacente, praticamente quasi un miracolo per chi vuole tenera alta la bandiera della buona musica. Altra caratteristica dei RUSH è quella di avere impostato le loro uscite discografiche in maniera quasi matematica vale a dire che a quattro album in studio è sempre seguito un live creando una ben delineata fase della loro carriera, al momento raccolte a parte siamo a quota 17 album in studio e 4 album dal vivo, di cui 3 doppi ed 1 triplo. Parliamo adesso in sintesi, prima di addentrarci nella recensione della loro ultima fatica, dello loro “fasi” musicali:
1974/1976: in questo periodo (dopo una lunga gavetta a base di piccoli concerti in fumosi club dell’Ontario) la band è principalmente dedita ad un rock di classico stampo zeppelliniano anche se con gli ultimi due album si nota una certa propensione per il misticismo e le storie fantasy con stesura di pezzi più dilatati. Album di riferimento: CARESS OF STEEL (1975); 2112 (1976).
1977/1981: probabilmente in questo periodo vengono pubblicati i lavori più progressive della band. Vengono introdotte le tastiere sempre suonate dal grande bassista GEDDY LEE e le suite oramai sono una cosa normalissima; il loro suono conserva sempre una matrice rock con influenze romantiche della scena inglese, ma con enormi aperture verso certe sonorità space rock europee, in più la band si cimenta anche in pregevolissimi pezzi strumentali di grande tecnica ed effetto. Album di riferimento: HEMISPHERES (1978); MOVING PICTURES (1981).
1982/1988: di sicuro questo è il loro periodo più particolare e coraggioso in quanto la band muta radicalmente la propria direzione musicale concedendo sempre più spazio alle tastiere e percussioni elettroniche usate come base di accompagnamento; vengono inserite anche ritmiche reggae, tutto questo però a discapito della durata dei brani, senza però perdere mai la voglia di sperimentare forme diverse per proporre un rock oramai in formato canzone il quale assume finezze pregevoli. Personalmente in questo periodo li adoro, in quanto rappresentano una forma intelligente di adeguamento agli anni 80 che tante vittime illustri hanno fatto. Album di riferimento: SIGNALS (1982); POWER WINDOWS (1985).
1989/1998 non nego che mi aspettavo di più da questa loro nuova fase in quanto se è vero che vi è un ritorno al rock più marcato, con un leggero abbandono delle tastiere (per la gioia dei loro fans più rocchettari specialmente nei due ultimi lavori "counterparts" e "test for echo") vi è anche un arresto alla loro evoluzione musicale; resta inteso che qualsiasi album di questo periodo è sempre suonato in maniera magistrale con momenti molto belli. Certo che se i nostri avessero preso altre direzioni sonore (ad esempio il jazz o la musica etnica oppure alcune situazioni poi sviluppate con successo dai Flower Kings e Spock’s Beard) sarebbe stato il massimo così non è stato accontentiamoci... Album di riferimento: ROLL THE BONES (1991); TEST FOR ECHO (1996).
In questa sintesi non ho inserito I lavori dal vivo che, tengo a specificare, sono tutti molto validi ed interessati, utili per chi voglia avere una sorta di "best of" della loro carriera: ALL THE WORLD’S A STAGE (1976); EXIT STAGE LEFT (1981); A SHOW OF HANDS (1988); DIFFERENT STAGES (1998).
2002- ... Ed eccoci finalmente arrivati ai giorni nostri, questa piccola introduzione era necessaria per capire l’evoluzione sonora di questa band ed anche per non dimenticare che la musica legata al passato ci può far scoprire delle piccole gemme che resistono al tempo in tutta la loro bellezza. Innanzi tutto è con estremo piacere che recensisco questo album in quanto le vicissitudini capitate a Neil Peart avevano posto in dubbio il futuro stesso della band. Fortunatamente adesso il batterista sembra aver trovato la forza per ricominciare (un altro particolare che fa onore a questi ragazzi è quello di avere “aspettato” il loro batterista, cosa non da poco in un mondo che sembra essere indifferente a tutto e tutti). Il lavoro è composto da 13 canzoni per una durata complessiva di circa 67 minuti. La durata dei brani è abbastanza contenuta ed il più lungo (Secret touch) dura 6,34 minuti. Una menzione particolare merita la copertina ad opera del fido HUGH SYME: notevole il suo lavoro aiutato anche dai moderni programmi di grafica digitale. L’impressione che ho avuto dopo ripetuti ascolti è che ci troviamo di fronte ad un album di puro rock a tratti anche abbastanza pesante con chitarra basso e batteria a volte suonati all’unisono senza troppi fronzoli, anche se la tecnica e il carisma dei tre rimangono immutati. Altra caratteristica è la quasi totale assenza sia di assoli di chitarra, che in questo caso ha un ruolo di martellante accompagnamento ritmico con l’aggiunta di qualche pregevole arpeggio giusto per stemperare la durezza che di qualsiasi altro strumento. Ne deriva quindi un suono granitico e compatto. Da segnalare la totale assenza delle tastiere (e questo è un vero peccato visto gli ottimi risultati raggiunti in passato). Quindi dipende cosa ci si aspetta dai RUSH…. o meglio il punto di riferimento musicale con cui si ascolta questo lavoro. Se si è in giornata predisposta ad un ascolto diretto, deciso e martellante allora questo lavoro è l’ideale. I primi due brani "One little victory" (il primo singolo) e "Celling unlimited" corrono via sugli schemi sopra citati. Con "Ghost rider" iniziamo ad ascoltare qualche sali e scendi sonoro duvuto all’inserimento di alcuni arpeggi di chiatarra ed a un ritornello in classico stile Rush molto orecchiabile. In pratica si sono estremizzate le situazioni sonore dei loro due ultimi lavori in studio, inoltre era chiaro anche dalle esperienze solistiche di ALEX LIFESON e GEDDY LEE che il nuovo corso musicale sarebbe poi confluito in queste sonorità (in alcuni momenti molto vicine al seattle sound e ad alcune guitar rock band statunitensi oppure anche ad alcune cose più taglienti degli ANEKDOTEN e simili). Con "Peaceable kingdom" abbiamo l’esempio classico dei Rush attuali: i tre strumenti fusi in un'unica soluzione sonora con arpeggi che rilassano un attimo il brano che poi riesplode nella sua durezza, il tutto intervallato da ritornelli vocali molto ad effetto (ovviamente come già detto di assoli neanche l’ombra). "The stars look down" e "How it is" scorrono via senza troppe particolarità, mentre "Vapor trail" risulta più interessante anche per la presenza di un assolo (!!!) di chitarra appena accennato (comunque per me ALEX LIFESON rimane uno dei chitarristi più interessanti e personali in circolazione); ottima, inoltre, la struttura del pezzo (un potenziale singolo...). Uno dei vertici del cd è "Secret touch", altro brano molto duro ma condito da una strumentazione sopra le righe: vista la latitanza degli assoli vado a cercare la parti arpeggiate ed in questo caso se ne trova una molto bella. La ripetitiva "Earthshine" si mette in evidenza solo per la presenza di un altro fugace assolo di chitarra mentre risulta molto intrigante "Sweet miracle", altro potenziale singolo molto melodico e ben strutturato. Con la successiva "Nocturne" siamo in pieno stile Rush con una ottima accelerazione ritmica che ricorda le cose migliori del gruppo, mentre anche con "Freeze part iv of fear" (continua la saga della “paura” vedi brani dagli album moving picture-signals-grace under pressure) la classe dei nostri esce fuori dopo un inizio freddo e schematico (vicinissimo ad alcune soluzioni degli ultimi KING CRIMSON) ed arriva una toccante melodia che ci fa capire perchè sono dei grandi. Chiude il lavoro "Out of the cradle", un buon pezzo rock, nulla di più. In conclusione saluto il ritorno dei miei eroi con grande gioia anche se dai prossimi prodotti mi aspetto qualcosa di più ambizioso e meno ripetitivo dopo aver sentito che anche col genere modern rock tengono testa egregiamente alle nuove leve musicali. Inutile ma doveroso ricordare le prove praticamente perfette nel contesto del lavoro di GEDDY LEE e NEIL PEART che dimostrano di sapersi adattare alla perfezione anche a partiture meno complicate dando calore alla musica. Dedico questa mia recensione a Elio Ribotta (un ragazzo di NOBODY’S LAND recentemente scomparso, lui sa il perché ……….R.I.P.)

(Paolo Lacqua)

Track List:

1. one little victory; 2. celling unlimited; 3. ghost rider; 4. peaceable kingdom; 5. stars look down; 6. how it is; 7. vapor trail; 8. secret touch; 9. earthshine; 10. sweet miracle; 11. nocturne; 12. freeze; 13. out of the cradle

Formazione:

GEDDY LEE: VOCE-BASSO
ALEX LIFESON: CHITARRE-MANDOLA
NEIL PEART: BATTERIA-PERCUSSIONI