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Ammetto che
trovarmi a parlare dei RUSH mette sempre una grandissima emozione, sarà
perché ci troviamo di fronte ad una delle più grandi band ancora in circolazione,
sia per qualità tecnico/compositive sia per la longevità del loro progetto
(era circa il 1973 quando decisero di incominciare nelle lontane terre
canadesi) e, cosa raririssima la formazione è in pratica rimasta immutata
fino ad oggi (album d’esordio a parte). Una grande proprietà della band
è quella, almeno in Canada e Usa e solo in parte nel vecchio continente,
di essere riuscita a crearsi una grandissima notorietà e commerciabilità
dei loro prodotti senza però scendere a compromessi scadenti in termini
qualitativi e d’immagine (la leggenda narra che i loro testi siano stati
oggetto di studio come esempio di uso corretto della lingua in alcune
università Statunitensi!!!). Le loro tournè sono regolarmente sold-out
tenute sempre in piazze di primo piano (ovviamente in Italia non ne abbiamo
visto neanche l’ombra; chissà a chi dobbiamo dire grazie……….speriamo almeno
per questo tour) e i loro album vengono veduti in maniera soddisfacente,
praticamente quasi un miracolo per chi vuole tenera alta la bandiera della
buona musica. Altra caratteristica dei RUSH è quella di avere impostato
le loro uscite discografiche in maniera quasi matematica vale a dire che
a quattro album in studio è sempre seguito un live creando una ben delineata
fase della loro carriera, al momento raccolte a parte siamo a quota 17
album in studio e 4 album dal vivo, di cui 3 doppi ed 1 triplo. Parliamo
adesso in sintesi, prima di addentrarci nella recensione della loro ultima
fatica, dello loro “fasi” musicali:
1974/1976:
in questo periodo (dopo una lunga gavetta a base di piccoli concerti in
fumosi club dell’Ontario) la band è principalmente dedita ad un rock di
classico stampo zeppelliniano anche se con gli ultimi due album si nota
una certa propensione per il misticismo e le storie fantasy con stesura
di pezzi più dilatati. Album di riferimento: CARESS OF STEEL (1975); 2112
(1976).
1977/1981: probabilmente in questo periodo vengono pubblicati i lavori
più progressive della band. Vengono introdotte le tastiere sempre suonate
dal grande bassista GEDDY LEE e le suite oramai sono una cosa normalissima;
il loro suono conserva sempre una matrice rock con influenze romantiche
della scena inglese, ma con enormi aperture verso certe sonorità space
rock europee, in più la band si cimenta anche in pregevolissimi pezzi
strumentali di grande tecnica ed effetto. Album di riferimento: HEMISPHERES
(1978); MOVING PICTURES (1981).
1982/1988: di sicuro questo è il loro periodo più particolare e coraggioso
in quanto la band muta radicalmente la propria direzione musicale concedendo
sempre più spazio alle tastiere e percussioni elettroniche usate come
base di accompagnamento; vengono inserite anche ritmiche reggae, tutto
questo però a discapito della durata dei brani, senza però perdere mai
la voglia di sperimentare forme diverse per proporre un rock oramai in
formato canzone il quale assume finezze pregevoli. Personalmente in questo
periodo li adoro, in quanto rappresentano una forma intelligente di adeguamento
agli anni 80 che tante vittime illustri hanno fatto. Album di riferimento:
SIGNALS (1982); POWER WINDOWS (1985).
1989/1998
non nego che mi aspettavo di più da questa loro nuova fase in quanto se
è vero che vi è un ritorno al rock più marcato, con un leggero abbandono
delle tastiere (per la gioia dei loro fans più rocchettari specialmente
nei due ultimi lavori "counterparts" e "test for echo")
vi è anche un arresto alla loro evoluzione musicale; resta inteso che
qualsiasi album di questo periodo è sempre suonato in maniera magistrale
con momenti molto belli. Certo che se i nostri avessero preso altre direzioni
sonore (ad esempio il jazz o la musica etnica oppure alcune situazioni
poi sviluppate con successo dai Flower Kings e Spock’s Beard) sarebbe
stato il massimo così non è stato accontentiamoci... Album di riferimento:
ROLL THE BONES (1991); TEST FOR ECHO (1996).
In questa sintesi non ho inserito I lavori dal vivo che, tengo a specificare,
sono tutti molto validi ed interessati, utili per chi voglia avere una
sorta di "best of" della loro carriera: ALL THE WORLD’S A STAGE
(1976); EXIT STAGE LEFT (1981); A SHOW OF HANDS (1988); DIFFERENT STAGES
(1998).
2002-
... Ed eccoci finalmente arrivati ai giorni nostri, questa piccola introduzione
era necessaria per capire l’evoluzione sonora di questa band ed anche
per non dimenticare che la musica legata al passato ci può far scoprire
delle piccole gemme che resistono al tempo in tutta la loro bellezza.
Innanzi tutto è con estremo piacere che recensisco questo album in quanto
le vicissitudini capitate a Neil Peart avevano posto in dubbio il futuro
stesso della band. Fortunatamente adesso il batterista sembra aver trovato
la forza per ricominciare (un altro particolare che fa onore a questi
ragazzi è quello di avere “aspettato” il loro batterista, cosa non da
poco in un mondo che sembra essere indifferente a tutto e tutti). Il lavoro
è composto da 13 canzoni per una durata complessiva di circa 67 minuti.
La durata dei brani è abbastanza contenuta ed il più lungo (Secret touch)
dura 6,34 minuti. Una menzione particolare merita la copertina ad opera
del fido HUGH SYME: notevole il suo lavoro aiutato anche dai moderni programmi
di grafica digitale. L’impressione che ho avuto dopo ripetuti ascolti
è che ci troviamo di fronte ad un album di puro rock a tratti anche abbastanza
pesante con chitarra basso e batteria a volte suonati all’unisono senza
troppi fronzoli, anche se la tecnica e il carisma dei tre rimangono immutati.
Altra caratteristica è la quasi totale assenza sia di assoli di chitarra,
che in questo caso ha un ruolo di martellante accompagnamento ritmico
con l’aggiunta di qualche pregevole arpeggio giusto per stemperare la
durezza che di qualsiasi altro strumento. Ne deriva quindi un suono granitico
e compatto. Da segnalare la totale assenza delle tastiere (e questo è
un vero peccato visto gli ottimi risultati raggiunti in passato). Quindi
dipende cosa ci si aspetta dai RUSH…. o meglio il punto di riferimento
musicale con cui si ascolta questo lavoro. Se si è in giornata predisposta
ad un ascolto diretto, deciso e martellante allora questo lavoro è l’ideale.
I primi due brani "One little victory" (il primo singolo) e
"Celling unlimited" corrono via sugli schemi sopra citati. Con
"Ghost rider" iniziamo ad ascoltare qualche sali e scendi sonoro
duvuto all’inserimento di alcuni arpeggi di chiatarra ed a un ritornello
in classico stile Rush molto orecchiabile. In pratica si sono estremizzate
le situazioni sonore dei loro due ultimi lavori in studio, inoltre era
chiaro anche dalle esperienze solistiche di ALEX LIFESON e GEDDY LEE che
il nuovo corso musicale sarebbe poi confluito in queste sonorità (in alcuni
momenti molto vicine al seattle sound e ad alcune guitar rock band statunitensi
oppure anche ad alcune cose più taglienti degli ANEKDOTEN e simili). Con
"Peaceable kingdom" abbiamo l’esempio classico dei Rush attuali:
i tre strumenti fusi in un'unica soluzione sonora con arpeggi che rilassano
un attimo il brano che poi riesplode nella sua durezza, il tutto intervallato
da ritornelli vocali molto ad effetto (ovviamente come già detto di assoli
neanche l’ombra). "The stars look down" e "How it is"
scorrono via senza troppe particolarità, mentre "Vapor trail"
risulta più interessante anche per la presenza di un assolo (!!!) di chitarra
appena accennato (comunque per me ALEX LIFESON rimane uno dei chitarristi
più interessanti e personali in circolazione); ottima, inoltre, la struttura
del pezzo (un potenziale singolo...). Uno dei vertici del cd è "Secret
touch", altro brano molto duro ma condito da una strumentazione sopra
le righe: vista la latitanza degli assoli vado a cercare la parti arpeggiate
ed in questo caso se ne trova una molto bella. La ripetitiva "Earthshine"
si mette in evidenza solo per la presenza di un altro fugace assolo di
chitarra mentre risulta molto intrigante "Sweet miracle", altro
potenziale singolo molto melodico e ben strutturato. Con la successiva
"Nocturne" siamo in pieno stile Rush con una ottima accelerazione
ritmica che ricorda le cose migliori del gruppo, mentre anche con "Freeze
part iv of fear" (continua la saga della “paura” vedi brani dagli
album moving picture-signals-grace under pressure) la classe dei nostri
esce fuori dopo un inizio freddo e schematico (vicinissimo ad alcune soluzioni
degli ultimi KING CRIMSON) ed arriva una toccante melodia che ci fa capire
perchè sono dei grandi. Chiude il lavoro "Out of the cradle",
un buon pezzo rock, nulla di più. In conclusione saluto il ritorno dei
miei eroi con grande gioia anche se dai prossimi prodotti mi aspetto qualcosa
di più ambizioso e meno ripetitivo dopo aver sentito che anche col genere
modern rock tengono testa egregiamente alle nuove leve musicali. Inutile
ma doveroso ricordare le prove praticamente perfette nel contesto del
lavoro di GEDDY LEE e NEIL PEART che dimostrano di sapersi adattare alla
perfezione anche a partiture meno complicate dando calore alla musica.
Dedico questa mia recensione a Elio Ribotta (un ragazzo di NOBODY’S LAND
recentemente scomparso, lui sa il perché ……….R.I.P.)
(Paolo Lacqua)
Track List:
1. one little
victory; 2. celling unlimited; 3. ghost rider; 4. peaceable kingdom; 5.
stars look down; 6. how it is; 7. vapor trail; 8. secret touch; 9. earthshine;
10. sweet miracle; 11. nocturne; 12. freeze; 13. out of the cradle
Formazione:
GEDDY LEE:
VOCE-BASSO
ALEX LIFESON: CHITARRE-MANDOLA
NEIL PEART: BATTERIA-PERCUSSIONI
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